Numero 10/11 - 2005

 

Il territorio rifiutato  

 

Area Vasta n. 10/11 Luglio 2004 - Giugno 2005 Anno 6

numero 10/11  anno  2005

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In copertina Lello Lopez,

Da lontano, 2004

acrilico su tela, cm 40x30.

Fotografia di Vince Gargiulo

 

ISSN 1825-7526

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il bradisisma, la paura, l'amore e gli affari


Ettore Giampaolo


 

L’amore per la propria terra, come ogni altro amore, può esprimersi in affettuosa e concreta attenzione o in irragionevole volontà di possesso. Ettore Giampaolo racconta come a Pozzuoli, nel corso delle crisi bradisismiche del 1970 e del 1982-1984, si è fatta esperienza di un sentimento del genere che, pur essendosi dispiegato con forza, non è servito a proteggere la città

 

 

In questo periodo, si sono imposte all’attenzione una serie di vicende sociali che possono essere ricondotte all’amore o al rifiuto del proprio territorio.

Certo questo non è l’unico criterio, forse nemmeno il principale, per analizzare situazioni che sono determinate da spinte culturali, economiche e politiche di ben altra complessità.

Tuttavia, il legame con i propri luoghi viene invocato spesso come sentimento alla base di quegli avvenimenti e da ciò, forse, deriva l’opportunità di indagare quel particolare tipo d’affetto, di verificarne la portata e gli esiti.

Emblematiche, a questo proposito e in questi ultimi mesi, sono le lotte delle cittadinanze contro la collocazione, in qualsiasi sito, di rifiuti solidi urbani (Rsu) che colà debbano avere un qualche trattamento, dal semplice stazionamento momentaneo alla combustione in impianti appositi.

Sono episodi di mobilitazione che si registrano in quasi tutti i posti coinvolti anche se i livelli di partecipazione e di durezza delle manifestazioni sono molto diversi tra di loro. Comunque tutti gli episodi hanno in comune cause ed effetti che sono, per certi versi, condivisibili e, per altri, meno comprensibili.

È intuitivo che l’immondizia dalle parti di casa non piaccia a nessuno. Ma è altrettanto intuitivo che se non si decide cosa farne e dove metterla, finisce che i famigerati sacchetti grigio topo rimangono ad accumularsi proprio all’angolo del palazzo in cui si abita.

Ormai tutti sanno che i rifiuti si possono smaltire in diverse maniere e si capisce che ognuno preferisca quella che inquina di meno e si situa il più lontano possibile dal proprio paese. Ma, e anche questo è intuitivo, più ci si allontana da un comune più ci si avvicina ad un altro non esistendo, nella nostra regione, plaghe desertiche, disabitate o inutilizzate. Se, poi, si vogliono scansare tutti i paesi e tutte le città campane, bisogna mandare l’immondizia fuori regione, il che ha dei costi notevoli.

Anche questo è risaputo, per cui si deve decidere se si preferisce spendere denaro pubblico per allontanare i Rsu o per finanziare, ad esempio, il miglioramento dell’assistenza agli anziani. Sapendo, come si sa, che più si spostano e si trattano i rifiuti più i relativi costi finiscono, in un modo o nell’altro, nel giro d’affari della criminalità organizzata.

Le lotte per difendere il proprio territorio dal paventato inquinamento da immondizia si muovono fra queste ambiguità per cui, alla resa dei conti, è difficile dire se la mobilitazione, mossa in prima istanza dall’amore per la propria terra, le abbia poi giovato davvero e sostanzialmente.

 

Figura 1 - Bradisismo del 1970, sfratto

Questo tipo di lotte, infatti, è spesso aperto a esiti oggettivamente opposti forse perché l’amore portato ai propri luoghi non basta da solo a indicare con lucidità quale sia il bene dei posti ai quali si è affezionati.

A Pozzuoli, nel corso delle crisi bradisismiche del 1970 e del 1982-1984, si è fatta esperienza di un sentimento del genere che, pur essendosi dispiegato con forza, non è servito a proteggere la città.

La crisi del 1982-1984 è dura e spaventosa nonostante il fatto che la città avrebbe dovuto essere, in qualche modo, preparata all’evento.

Il lento sollevarsi e abbassarsi del suolo, il bradisisma, è un fenomeno che, con le sue impennate, ha caratterizzato, e ancora caratterizza, il territorio flegreo. Una crisi di notevole entità si era avuta nel 1970, in anni ancora vicini a quelli in cui si verifica il secondo e più intenso episodio. Gli effetti sociali dei microterremoti registrati nel 1970 si proiettano ben oltre questa data e, per certi aspetti, sono ancora in corso quando la terra riprende a tremare. Ma nonostante questa esperienza, ancora viva e molto intensa, la città si trova del tutto impreparata a fronteggiare la nuova crisi. Mancano sia un adeguato abito mentale che un adattamento organizzato e dotato di idonei strumenti di vigilanza e di protezione civile.

Si può dire che si fosse a questo punto per mancanza d’amore; per la mancanza, cioè, d’una attenzione vera verso il territorio e i suoi abitanti che non vengono preparati in alcun modo a coesistere con la natura sismica della zona.

A questo proposito vanno fatte due considerazioni:

1. una sul se sia l’amore per la propria terra una categoria utile a valutare un complesso fenomeno di storia civile, sociale, politica e urbanistica;

2. una seconda sul se ricorressero le condizioni, già prima del 1970 ma sicuramente dopo, per realizzare gli interventi necessari ad assicurare la convivenza fra la città e la costante possibilità di eventi sismici.

Quanto alla prima considerazione, va detto che il tipo di legame che intercorre fra chi risiede in un luogo e il luogo medesimo è un elemento costitutivo delle dinamiche culturali e sociali che si dispiegano in quel territorio.

Questo è un elemento che chiede di essere valutato da non molto tempo; da quando cioè con interventi urbanistici, più o meno subitanei e determinati da fattori diversi, si è proceduto al reinsediamento d’intere collettività in luoghi diversi da quelli in cui si erano storicamente strutturate.

È la storia delle sconfinate periferie metropolitane sorte assai rapidamente o quella puteolana di quartieri inventati per ricollocarvi popolazioni sfrattate da zone della città ritenute, in alcuni momenti, ad alto rischio.

L’abbandono e il degrado in cui versano queste zone d’improvvisa urbanizzazione dicono, fra l’altro, che nemmeno gli abitanti fanno nulla per impossessarsi del posto in cui vivono, quasi che lo sentano estraneo e provvisorio, mentre, generalmente, non è così nei luoghi in cui si vive da generazioni e si ha la prospettiva economica e sociale di poter continuare a farlo.

Dunque il legame con i propri luoghi è un elemento oggettivamente significativo ed è anche soggettivamente rilevante se viene invocato come motore primo di quelle tensioni sociali di cui si diceva all’inizio.

Quanto alla seconda considerazione, va detto che era nota da tempo la natura del sottosuolo e la sua attività che ne ha caratterizzato in modo notevole anche la storia geologica più recente. Difatti nasce, nel 1538, il Monte Nuovo che è l’esito di maggior rilievo di una serie secolare di terremoti e di moti del suolo in senso ascendente o discendente le cui tracce sono restate sulle colonne del Serapeo che, seguendo quel movimento, si sono inabissate per poi riemergere conservando i segni lasciati dai frutti di mare (litofagi) i quali, in quelle stesse colonne scese sott’acqua, avevano scavato le proprie tane. D’altro canto proprio dall’osservazione della Solfatara, un cratere ancora attivo nella zona, e delle colonne del tempio di Serapide hanno preso le mosse le moderne scienze della terra al cui sviluppo, Napoli, ha partecipato con la creazione dell’Osservatorio vesuviano che ha studiato e studia, insieme alle facoltà universitarie, le evoluzioni del vulcano partenopeo e quelle del territorio flegreo.

Dunque, già prima del 1970 ma sicuramente dopo, vi erano i dati dell’esperienza e le risorse scientifiche necessarie a capire la necessità e le modalità per adeguare la città alla natura dei luoghi. Viceversa nulla viene fatto e questo indica, fra l’altro, anche una trascuratezza nei confronti dei propri posti, quella mancanza d’amore per la propria terra di cui si diceva cominciando il paragrafo.

Eppure i fatti successivi sembrano smentire una simile valutazione.

Ma procediamo con ordine.

 

Figura 2 - Rione Terra vista dall’alto

C’era stata, nel 1970, un’impennata del bradisisma che aveva avuto esiti drammatici. Evacuato e abbandonato il Rione Terra, cuore storico della città. Spostati i residenti dal borgo sul mare in una piana dell’entroterra edificata con moduli abitativi tutti uguali e assolutamente contrastanti con le case, fortemente individue, di cui è fatta la città ed era fatto il Rione. Lasciate al saccheggio le abitazioni abbandonate e i beni artistici e culturali che abbondavano sulla Terra, luogo d’insediamento prima greco, poi romano e unico nucleo abitativo rimasto durante il medio-evo. Condannato all’emarginazione delle periferie inventate il Toiano, il rione del reinsediamento di quanti abitavano la parte di città evacuata.

All’origine di tutto vi era stato – e nel decennio intercorso fra il 1970 e il 1982 si era ben compreso – la mancanza d’una struttura di vigilanza e di studio del fenomeno che fosse in grado di seguirne l’evoluzione e valutare la gravità e la pericolosità delle sue manifestazioni.

I provvedimenti di evacuazione e di ricollocazione degli abitanti si erano incardinati in questa mancanza di valutazioni scientifiche fondate su un monitoraggio di lungo periodo che, per questa stessa ragione, fosse in grado di fornire dati comparabili e attendibili.

Questa mancanza di conoscenze per alcuni è stata strumentalizzata a fini di speculazione immobiliare – il Rione Terra ha una collocazione ed un panorama fra i più belli della già bellissima zona flegrea – per altri è stata subita per incapacità politica, per altri ancora è stata alla base di un allarmismo dettato da eccesso di prudenza.

Quale che sia la valutazione, tutti convengono sul fatto che il mancato studio del fenomeno abbia impedito di fronteggiarlo validamente e abbia portato ad adottare provvedimenti assolutamente sproporzionati rispetto alla reale entità del caso. E difatti le vecchie costruzioni di Rione Terra, nonostante le scosse del 1970, quelle successive del 1982-1984 ed un trentennio di totale abbandono, non sono crollate e da esse ora si parte per riattarle e attivarle con destinazioni d’uso differenti e per utenti assai diversi dai proprietari originari.

Questo, in sintesi, il quadro delle vicende che, forse, ritrovano il loro senso concreto se si raccontano alcuni episodi verificatisi in quel periodo e che hanno, a parere di chi scrive, un valore emblematico.

Nel corso della crisi, protrattasi ben oltre i venti mesi, vengono consultati i più eminenti scienziati e i più noti esperti di sismologia; fra questi il professore Tazief che, illustrando alla stampa la sua valutazione sul fenomeno e sul pericolo corso dalla città, si esprime dicendo che la situazione di Pozzuoli è paragonabile a quella del tappo di una bottiglia di champagne.

Quando, per Rione Terra, viene deciso l’abbandono si provvede a realizzarlo manu militari, con le forze dell’ordine che impongono e costringono, prim’ancora che aiutare, sostenere e ordinare.

All’atto della ricollocazione degli abitanti nelle nuove case di Toiano, sistemate in tre file di lunghissimi palazzoni tutti uguali, si vedono gli inquilini intenti a ridurre, in vario modo, il mobilio delle camere da letto tarate su dimensioni ben diverse da quelle delle nuove abitazioni i cui balconi sono drappeggiati da asciugamani, tovaglie e lenzuola dai colori diversissimi e sgargianti. Era l’unico modo per poter riconoscere casa propria in quell’allucinante uniformità di sagome e di tinte.

Questi fatti dicono meglio di qualsiasi ragionamento come l’intervento scientifico fosse improvvisato, approssimativo e indifferente agli effetti di annunci basati solo su rispettabili opinioni personali che però avevano, appunto, questo valore, come i fatti successivi si sono incaricati di dimostrare. Pure l’operazione fatta per svuotare il Rione Terra mostra come questa iniziativa fosse condotta senza la partecipazione consapevole dei cittadini che, al contrario, in alcuni casi opposero una disperata resistenza. Infine gli episodi relativi alla ricollocazione degli abitanti rivelano come anche la progettazione urbanistica e abitativa sia stata fatta senza e contro i diretti interessati; si prende un borgo marinaro e lo si trasferisce in una piana lontana qualche chilometro dal mare; si va a edificare una zona rimasta per secoli disabitata scoprendo dopo che, per il passato, non era stata luogo d’insediamenti perché molto umida; si costruiscono case dalla tipologia esattamente opposta a quella tipica dell’architettura spontanea che cresce su se stessa nel corso dei secoli e per mano, più o mena diretta, degli stessi residenti.

Bisogna aggiungere, per amore di verità, che la condizione abitativa di Rione Terra era pessima. Assai frequentemente capitava che per un intero, numeroso, nucleo familiare fosse disponibile un solo vano senza bagno. L’indiscutibile miglioramento che, sotto questo profilo, è prodotto dai nuovi alloggi di Toiano nulla toglie però agli altri limiti prima denunciati che hanno tenuto, e ancora mantengono, questo quartiere in una condizione di grande degrado sociale e civile.

Dunque, negli anni che vanno dal 1970 al 1982 si vive il tipo di esperienze accennate e su di esse anche si riflette attraverso una discussione che coinvolge la città e le sue organizzazioni sociali e politiche.

 

Figura 3 - Porto di Pozzuoli (1984)

 

I fatti dimostravano la necessità di dotare i Campi Flegrei di un servizio di protezione civile che sensibilizzasse i cittadini sui modi di rendere sicura la città, le sue abitazioni, gli eventuali esodi in emergenza, fondando questo lavoro su quello di un sistema di monitoraggio e studio del bradisismo condotto in uno dall’Osservatorio vesuviano e dalle facoltà universitarie di scienze della terra.

In quest’ambito scientifico, peraltro, la zona flegrea ha, come accennato, una storia significativa.

Dunque nulla di più naturale che dare seguito a precedenti di tanto rilievo.

Ma, come già detto, nulla viene fatto anche per la mancanza d’iniziativa d’una cittadinanza che, con il passare del tempo, o si occupa di quelle vicende attraverso un’annosa lite giudiziaria centrata sui rimborsi da avere per le case espropriate a Rione Terra, o è tornata all’abituale tran-tran quotidiano.

Eppure la trascuratezza che sembra emergere da questa situazione viene sconfessata dagli avvenimenti successivi, almeno per quanto riguarda i semplici abitanti della zona.

Nel 1980 il fenomeno riesplode.

Contesto e conseguenze sul piano sociale, politico e urbanistico si trovano ben delineati in un articolato scritto di S. Mandile pubblicato sul numero diciotto del Bollettino Flegreo.

Qui interessa raccontare di quella crisi, di come sia stata vissuta dalla gente e di come si sia andato modificando, col tempo, l’atteggiamento dei cittadini.

Dunque, si presenta una nuova fase del fenomeno che, per di più, ha un’intensità ben superiore a quella del 1970. Differentemente da allora, però, viene istituito un servizio si sorveglianza sul fenomeno e lo si affida al direttore dell’Osservatorio vesuviano.

Mese dopo mese si registrano migliaia di scosse, il suolo prende a salire, rispetto al livello del mare, in maniera assai consistente, gli sciami sismici si susseguono finché uno di particolare durata e intensità induce le stesse strutture scientifiche a considerare la possibilità di un evento catastrofico.

Le cronache che raccontano della nascita del Monte Nuovo riportano che l’eruzione era stata preceduta proprio da una intensa serie di microterremoti che si erano susseguiti per lungo tempo e quasi senza interruzione.

La situazione, dunque, è di allarme e viene decisa l’evacuazione del centro antico della città. Chi non risiede nella zona individuata come quella più esposta al rischio si allontana o per paura o per prudenza. In sostanza si verifica un vero e proprio esodo che distribuisce i puteolani lungo tutto il litorale domitio le cui strutture estive – case di villeggiatura e alberghi – vengono requisite o messe a disposizione di chi ha dovuto lasciare Pozzuoli.

D’altro canto le scosse continue hanno riflessi distruttivi sugli impianti industriali e sui servizi.

Le fabbriche, che in genere utilizzano macchine di precisione da tenere perfettamente in piano, hanno la produzione continuamente interrotta e gli impianti in perenne manutenzione.

Gli edifici scolastici, sollecitati dalle innumerevoli scosse, vengono sottoposti a frequentissime verifiche di agibilità statica con la conseguente sospensione dell’attività didattica che, comunque, viene interrotta dai tremori del suolo che costringono, per ovvie ragioni di prudenza, a condurre gli alunni fuori dalle aule.

L’ospedale cittadino, già rimasto privo di sede per effetto della crisi del 1970, è stato anch’esso chiuso per ragioni di sicurezza e i suoi servizi sanitari sono stati trasferiti in presidi vicini ma non toccati dal fenomeno.

In queste condizioni prende corpo l’ipotesi di spostare l’abitato in una zona distante e di scavare Pozzuoli portando alla luce l’antica città romana come una seconda Pompei, ma ben più vasta e significativa.

A questo punto la gente ritorna. Percorre trenta, quaranta chilometri al giorno per tornare in città, per farla vivere almeno in parte, una minima parte, quasi un presidio che, però, viene tolto di notte.

In Sofer sono gli operai a farsi carico del costante riallineamento delle macchine e del mandare avanti la produzione a ritmi quasi ordinari.

Gli insegnanti, mobilitati dal sindacato, fanno funzionare le scuole la cui tenuta statica viene verificata quasi ogni mattina. I docenti privi degli alunni che si sono spostati lungo la Domitiana, riprendono l’attività su base volontaria e in una scuola di fortuna creata nel Villaggio Coppola dopo essere stata autorizzata, in via del tutto eccezionale, dai Provveditorati di Napoli e Caserta, il primo competente per alunni e personale, il secondo per area territoriale.

Vengono riorganizzati i trasporti che devono collegare i cittadini, ormai domiciliati fino a Ischitella e Baia Verde, con la zona flegrea.

Quest’intensa mobilitazione civile ha una base del tutto spontanea, trova adesioni completamente volontarie, ma interpreta un ragionamento maturato, particolarmente, in ambiente sindacale.

Figura 4 - Ristorante Vicienzo a mmare, Pozzuoli

 

Il suo assunto è semplice. L’assetto della città dovrà necessariamente essere rivisto per essere adeguato alla probabilità, quasi una certezza, del ripetersi di altre crisi. Ma di questa trasformazione non si può decidere sotto la pressione della paura e dell’allarme. Occorrono pronunciamenti scientifici più meditati delle preoccupazioni dettate dall’emergenza e riflessioni politiche più distaccate di quelle prodotte in una situazione di particolare straordinarietà. Viene tenuto, comunque, in conto il rischio di manovre che strumentalizzino le preoccupazioni per innescare speculazioni di carattere immobiliare. Ammonisce, in tal senso, la vicenda vissuta con l’evacuazione del Rione terra.

Conseguenza di queste valutazioni è la scelta di mantenere viva la città, di evitarne l’abbandono in modo da impedire iniziative avventate o perniciose come quella, ventilata, di ricollocare l’abitato in altra zona.

Una direzione di questo tipo era stata seguita per alcuni paesi colpiti dal terremoto del 1981 con effetti assai più devastanti di quelli che si andavano registrando con la crisi bradisismica in atto.

Nasce da queste considerazioni l’opzione di mantenere in attività, fin dove possibile, i servizi e le fabbriche. A questo appello risponde la gran parte degli operatori dei vari settori dando vita anche a vicende di particolare intensità.

Per rassicurare insegnanti e genitori sulla possibilità di continuare l’attività didattica anche in presenza del fenomeno e delle sue continue scosse, viene tenuta un’assemblea pubblica proprio nell’edificio scolastico che sorge sui bordi della Solfatara. Il Provveditore agli studi, il direttore dell’Osservatorio vesuviano, i dirigenti sindacali e scolastici svolgono i loro interventi dinanzi ad un’affollatissima platea mentre la sala è percorsa da tremiti insistenti e il vicino cratere fa sentire, continuamente, il suo brontolio.

Una mattina, prima che la Cumana iniziasse le corse abituali sulla tratta ancora in attività, i dirigenti sindacali, quelli di fabbrica e alcuni lavoratori, conducono, lungo il percorso ferroviario interdetto per ovvie ragioni precauzionali, un locomotore completato che doveva essere consegnato.

Non di rado, durante sciami sismici d’una certa durata, una parte del personale dell’Osservatorio vesuviano e dell’Ufficio Bradisisma si porta nelle scuole, nelle fabbriche o in altri luoghi di presenze collettive e durante le scosse spiega, tranquillizza, ripete gli elementi essenziali dei comportamenti che riducono il rischio in caso di emergenza.

Ma, più in generale, è tutta la cittadinanza a fare la sua parte ingegnandosi ciascuno a coniugare prudenza e normale svolgimento delle sue attività.

Si crea una situazione di slancio generoso che non è estraneo alla tradizione italiana di partecipare, con passione, all’impegno per fronteggiare eventi catastrofici. Valga per tutti, il ricordo della mobilitazione dei giovani in occasione dell’alluvione di Firenze.

A Pozzuoli la cosa ha, evidentemente, caratteristiche diverse animate, tuttavia, dallo stesso slancio che non è solo frutto della volontà di difendere i propri beni. Molti insegnanti non sono puteolani né risiedono in città così come tanti altri addetti ad altri settori lavorativi.

D’altro canto sulla possibilità di salvaguardare i propri beni non v’è, allora, certezza. Il destino della città non dipende, in quei momenti, da una politica già largamente e facilmente influenzabile, ma dai capricci di madre natura. Eppure l’impegno appassionato si ha e anche per lungo tempo, per mesi, nelle scuole addirittura per anni.

 

Figura 5 - Bradisismo del 1970, sfratto

Si può dire che esso sia stato la manifestazione di quell’amore per la propria terra di cui anche Goethe dà testimonianza nei ricordi del suo viaggio in Italia.

Racconta il poeta d’essersi procurato, come guida che lo conducesse nel suo giro dei Campi Flegrei, un giovane contadino puteolano assai esperto dei luoghi. Questi, accompagnato lo scrittore sul belvedere che ancora si apre accanto al convento dei Cappuccini, avanza di alcuni passi e prorompe in un urlo potente. Poi, il contadino si spiega: “Eccellenza questa è la mia terra” dice accompagnandosi con un largo gesto del braccio che indica il panorama di stupefacente bellezza che, da quel punto, si vede. Il giovane dichiara così un amore acceso dalla bellezza soltanto – come spesso capita per l’amore – e nemmeno alimentato dalla conoscenza della preziosa storia che accompagna quei luoghi e che l’intellettuale tedesco conosceva benissimo.

C’è un amore così e non è retorica dichiararlo, né grande scoperta segnalarlo. C’è e, in alcuni casi, opera con tutta la forza di cui il sentimento è capace ma anche con tutti i limiti che accompagnano manifestazioni del cuore non filtrate dalla ragione.

Probabilmente andò così nei mesi cruciali del massimo allarme e dell’evacuazione.

In verità bisogna dire che la manifestazione d’affetto si nutre anche di una discussione assai intensa. Prima di tutto sul fenomeno, sulle sue caratteristiche, sulle sue possibili evoluzioni, sui modi per fronteggiarlo. Il professore Luongo, all’epoca direttore dell’Osservatorio vesuviano e responsabile dell’Ufficio Bradisisma di Pozzuoli, sa interloquire con questo bisogno di conoscere e di capire. Si susseguono così decine, forse centinaia, d’incontri, di assemblee di pubblici dibattiti, nei quartieri, nelle scuole, nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro.

Si chiede, si spiega, si chiarisce, si formulano ipotesi in un vero e proprio studio di massa che è anche elaborazione collettiva di un possibile modo di procedere e di preparare scelte per il futuro della città.

Altrettanto attenta, vivace e intensa è la discussione sul futuro assetto urbanistico della città.

Si confrontano due tesi opposte per concezioni e possibili conseguenze.

C’è chi ritiene che, per contenere il rischio entro limiti accettabili, si debba ridurre il numero dei residenti nel centro storico con il conseguente abbattimento dei vani così liberati che sono da ricostruire in un’altra, più sicura, area del comune.

Si profila, in questa ipotesi, lo spostamento di una porzione sostanziosa di cittadini ed un’alterazione profonda del tessuto sociale di quella parte della città

C’è chi sostiene, all’opposto, che si realizzano livelli di sicurezza accettabile se si ristrutturano in maniera antisismica stabili e maglia urbana. In questo caso, com’è evidente, spostamenti quasi nulli e conseguente mantenimento della composizione sociale della zona.

Il confronto è lungo, durissimo e consapevole. Pier Luigi Cervellati vi partecipa più volte in prima persona spiegando, illustrando, portando l’esperienza concreta della ristrutturazione del centro storico di Bologna a cui ha lavorato.

L’amore per la propria terra, dunque, diventò anche sforzo di capire e di progettare, ma forse non vide la necessità di dotarsi di strumenti per esprimersi e contare.

Il destino di una città, come le grandi questioni etiche o morali, dovrebbe essere deciso tramite modalità che non si identificano con la sola dialettica fra partiti o istituzioni. Dovrebbe, anche, essere controllato con strumenti diversi da quelli preposti alla vigilanza sull’ordinaria gestione della vita e della spesa pubblica. D’altro canto è evidente la differenza che c’è fra scelte ordinarie, sempre revocabili o emendabili, e scelte di fondo le quali, una volta attivate, tracciano percorsi irrevocabili in larga misura.

Comunque sia e quale che fosse la scelta più giusta da adottare in quella situazione, da essa doveva discendere, perché obiettivo dichiarato di tutti, maggiore vigilanza sul fenomeno, maggiore sicurezza della città.

 

I fatti sono noti e sotto gli occhi di tutti.

Fu decisa la riduzione della densità abitativa, l’abbattimento dei vani svuotati, la loro ricostruzione a Monterusciello. Ma, costruito il megaquartiere e insediativi migliaia di cittadini, non è stata abbattuta una sola delle case svuotate. Esse, per un po’, sono state abbandonate, poi sono state vendute, riattate e rivendute, a costi altissimi, ad acquirenti ovviamente benestanti e generalmente proveniente da Napoli.

La densità abitativa del centro storico è, dunque, rimasta immutata mentre, com’è ovvio, è cresciuta quella della città ai cui abitanti del 1982, in parte spostati a Monterusciello, vanno aggiunti i nuovi residenti che hanno comprato le case lasciate per effetto della pretesa riduzione del numero di presenze in quell’area.

Monterusciello, a venti e passa anni dalle prime assegnazioni degli alloggi agli sfollati, continua a scontare l’emarginazione d’una periferia foltissima e abbandonata che ha smarrito perfino la consapevolezza d’essere parte di una Pozzuoli di cui i bambini presenti nelle scuole non sanno nulla e vivono come un altro paese. I maestri provano a far vivere quel legame portando gli alunni in visita al Porto, alla Solfatara, all’Anfiteatro. Ma ovviamente è poco e non basta.

In quest’ultimo periodo è stato definitivamente smantellato il poco restato dell’Ufficio Bradisisma che, nella fase dell’emergenza, si era fatto le ossa diventando interlocutore di un’intera cittadinanza.

Vigilanza e sicurezza, a ventitré anni da quella crisi bradisismica intensa, non sono state realizzate, anzi sembra che le condizioni di rischio siano, oggi, più rilevanti che allora.

D’altro canto l’enorme afflusso di danaro pubblico giunto in occasione del bradisisma ha modificato nel profondo la città e il suo modo di vivere.

Recentissime notizie di cronaca descrivono una Pozzuoli pervasa da corruzione e delinquenza organizzata le cui influenze su amministrazione, consiglio e uffici comunali, azienda sanitaria locale, mercato ittico e carabinieri vengono indagate dalla magistratura ordinaria o da apposite commissioni.

Di tutto questo, prima del 1980, non si aveva idea.

È dunque evidente che i considerevoli finanziamenti pubblici, il modo della loro gestione, hanno offerto alla criminalità e ad una disinvolta mentalità affaristica, un’occasione, pienamente sfruttata, d’insediamento, di radicamento, di arricchimento.

Ma è altrettanto evidente che questa penetrazione, nell’arco degli anni seguiti a quelli della spesa pubblica per bradisisma, non ha trovato ostacoli o antidoti; pare anzi che abbia continuato a trovare terreno fertile anche perché è mancata una resistenza della città, dei suoi cittadini, della sua cultura diffusa.

A questo, sicuramente, non è estranea la chiusura delle fabbriche che comincia prima delle crisi bradisismica ma che si conclude poco dopo la fine dell’emergenza. Viene cioè meno quella classe operaia che, per anni, aveva avuto un ruolo ed un prestigio sociale basato su di un senso comune fatto di valore del lavoro, di rispetto per le regole e la legalità, di partecipazione sociale e politica, di intensa vita collettiva.

Venuto meno tutto questo, arrivati fiumi di danaro, la città si riduce, progressivamente, ad essere sovrastata da una cappa d’illegalità piccole o grandi contro le quali non viene un segno di ripulsa, un moto d’indignazione, un tentativo di ribellione.

È come se quell’amore per la propria terra si fosse ritratto dopo che al suo slancio è seguito il contrario di quello che si proponeva.

Tornano, a questo punto, le responsabilità della politica, ma questa è materia per un altro articolo oltre ad essere tema del già citato articolo di S. Mandile.

Quello che invece si può dire, restando al tema di queste note, è che l’amore per la propria terra come ogni altro amore può esprimersi in affettuosa e concreta attenzione o in irragionevole volontà di possesso che appunto si soddisfa del possedere senza interrogarsi né del come né del cosa ne venga.

A imboccare una via o l’altra, nella vita delle città, contribuisce, in maniera forse determinante, il ruolo dei gruppi dirigenti. Non il ceto politico, o non solo, ma gli intellettuali, i professionisti, gli imprenditori dai quali, alla fine, viene un’indicazione semplice: si vive nella città o sulla città.

 

 

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